Diversi, ma Liberi, sin da piccoli.

Non mi dilungo sui motivi per cui ho, mio malgrado, finito col trascurare questo blog e vado subito al sodo, per spendere qualche parola su un quacosa di recente che mi ha profondamente turbata.

Mi riferisco alla messa in onda dell’attualmente ultra discusso spot di pannolini della Huggies.
Invito chi non l’avesse ancora fatto a guardare la clip.

Lei penserà a farsi bella, lui a fare goal. Lei cercherà tenerezza, lui avventure. Lei si farà correre dietro, lui invece ti cercherà. Così piccoli e già così diversi.”

Non è necessario un genio né una mente particolarmente brillante per individuare la presenza di profondi stereotipi di genere in queste poche, ma forti (e tutt’altro che innocue come taluni sostengono), parole.

Personalmente, non sarei stata turbata affatto se lo spot avesse scelto di puntare sulle, effettive, differenze anatomiche tra maschietti e femminucce. Ci mancherebbe. Anzi, avrei potuto persino trovare l’idea interessante.

Ma lo spot fa tutt’altro, allontanandosi dall’evidenziare quelle che sono le reali differente e proponendosi invece di tessere un’immagine stereotipica del “lei” e del “lui”, delineandone il futuro basato sulle loro presunte diversità attitudinali.

Ciò che mi ha reso profondamente felice è orgogliosa è stato il notare l’immediata mobilitazione di numerosi individui, uomini e donne che sono rimasti come me scioccati da questa pubblicità e hanno deciso di esprimere il proprio disappunto.
Non c’è voluto molto, però, prima che iniziassero a farsi largo anche opinioni a supporto della scelta pubblicitaria della Huggies.
E figuriamoci, la libertà di pensiero ed espressione è sacra e va tutelata.
Tant’è che leggere alcune di qui punti di vista non mi provoca sdegno, ma non posso nascondere intensa tristezza e amarezza.

Il fatto che alcuni non si rendano conto che si tratti di costrutti sociali e stereotipi socialmente e culturalmente proposti\imposti e non di differenze naturali è terribile e rasenta a tratti il ridicolo (rispecchiando al contempo la bieca – e a volte solo ingenua – cecità di molti).

Ancor più grave è il non accorgersi dei danni e della sofferenza che tutto ciò (incluso il sostenere simili punti di vista) ha il potenziale di causare.

Davvero vi risulta così arduo capire che l’interesse di diverse donne per l’estetica sia il risultato di anni e anni di influenze culturali e sociali che ognuno di noi – chi più, chi meno – continua a perpetrare contribuendo inesorabilmente alla costruzione dell’immagine di genere? Stesso dicasi per le dinamiche di corteggiamento.
Tutti elementi che hanno subito – e continueranno a subire – profonde variazioni di vario genere nel corso del tempo e nelle varie culture.
E davvero pensate sia giusto che un uomo debba sentirsi in difetto, in imbarazzo e de-mascolinizzato se desidera farsi bello, prendersi cura del suo aspetto e se preferisce cucinare invece di andare in giro a far baldoria e giocare a pallone, come da buono stereotipo dell’uomo medio? Avete idea di quanto ancora reale sia tutto ciò? Vi siete mai guardati attorno con gli occhi davvero aperti e con il cervello davvero attivo?

Si potrebbe pensare che bah, certamente non basterà uno spot che propone un messaggio simile a renderlo parte integrante del pensiero di qualcuno e io, perdonatemi, sorriderei dinanzi a cotanta capacità di sopravvalutare (o mal valutare) se stessi e gli altri e di sottovalutare le forze di cui siamo (e di cui ci rendiamo) in balia.

Per natura uomini e donne manifestano ovvie differenze anatomiche ed alcune variazioni di natura biologica.
Ma al di là di questi elementi, miei cari…
Non è la natura. Siamo NOI, giorno per giorno, a decidere cosa caratterizza gli uomini e le donne, cosa significa essere uomini e donne, quali sono gli indici di femminilità o mascolinità.
Siamo noi (chi più, chi meno consciamente) a chiudere o aprire le porte non solo della nostra libertà, ma anche di quella degli altri. La nostra responsabilità è immensa e fin troppi di noi sono troppo pigri o ciechi per accorgercene.
Comprendere questi semplici concetti dovrebbe automaticamente evidenziare la gravità del cercare di sminuire il potenziale potere mediatico di una pubblicità simile.
Non spazzatela via pensando che sia una semplice pubblicità, che non possa far del male a nessuno, che sia innocua e non abbia alcun influenza. Sarebbe carino se così fosse, ma indovinate? Così non è.

Non smetterò mai di ripetere che il potere delle parole è immenso, così come lo è la forza dell’influenza quando si è continuativamente esposti ad uno stesso concetto.
Persino un qualcosa che al primo ascolto ci sembra assurdo, al centesimo potrebbe essere diventato parte integrante di noi.
Noi stessi siamo la prova di ciò. Noi stessi siamo un risultato di queste dinamiche.
Ognuno razionalizza, reagisce ed affronta le influenze subite (sempre che riesca ad individuarle) in modo diverso, ma nessuno di noi è immune, neppure il più razionale.

Molti dei sostenitori di questo spot rientrano nella categoria di persone che inneggia, ogni qual volta può, quasi fosse un motto, al “Non toccate i bambini”. E si tramutano così in contraddizioni morali e sociali viventi, diventando coloro che toccano i bambini, contrastandone la libertà.

Se desiderate che i vostri figli, come succede a tanti già ora e come è successo a tantissimi in passato (magari anche a voi, ma avete scelto di dimenticarlo) siano ingabbiati da paletti sociali e abbiano elevate possibilità di soffrire qualora non si sentissero conformi all’immagine che la società e voi stessi state tessendo per loro in quanto appartenenti a un genere specifico, prego, sostenete pure questa pubblicità.

Abbiate però il coraggio di accettarne le conseguenze e di essere pienamente consapevoli del fatto che potreste essere i primi responsabili di dolore, disagio e infelicità provati da creature innocenti a cui si impedisce di seguire la vera natura; la propria.

Per concludere, vi invito a firmare la petizione per fermare la messa in onda dello spot.
Se ritenere si tratti di una pubblicità inopportuna, vi prego di spendere quei pochi secondi che servono a firmare.
In caso contrario, passate pure avanti – CLICCA PER FIRMARE LA PETIZIONE

Legami, ormoni e fluidità.

E per la serie “Studi e scoperte che una bella fetta di persone sceglierà consapevolmente di ignorare in favore delle proprie convinzioni”, ce n’è una recentissima proveniente dritta dritta dall’Università di Portsmouth.
La dottoressa Diana Fleischman, assieme a dei colleghi, ha esaminato la connessione tra il progesterone e l’attitudine sessuale degli individui, per esplorare il ruolo che il comportamento omosessuale può aver giocato nel processo di cementazione di legami e alleanze nel corso dell’evoluzione umana.

La presenza di maggiori livelli di progesterone (uno degli ormoni di maggior rilievo per quanto concerne legami, comportamenti amicali, interesse per gli altri), sembra influire in modo non marginale sull’apertura dei soggetti nei confronti di rapporti di natura omosessuale, indipendentemente da come gli individui si identificano. (Donne che si identificano come eterosessuali, ma che hanno alti livelli di progesterone, si manifestano più aperte di altre all’idea di avere rapporti con altre donne).

Dice la dottoressa Fleishman: “Sulla base della prospettiva evoluzionaria, tendiamo a credere che che il fine ultimo del comportamento sessuale sia la riproduzione. Ed invece, poiché il comportamento sessuale si caratterizza come intimo e piacevole, è utilizzato in molte specie – inclusi primati non umani – per aiutare a formare e mantenere legami sociali, e ciò ci è dimostrato anche dalla presenza di coppie coinvolte in relazioni romantiche, che praticano comportamenti sessuali anche qualora impossibilitate a riprodursi”.

Gli studi del gruppo di ricerca si sono svolti seguendo due step principali. Nel primo, si è inizialmente testata, con un questionario online, la motivazione omoerotica degli individui target (244) e si sono successivamente misurati i livelli di progesterone in 92 donne, constatando che maggiori i livelli di progesterone, maggiore l’apertura nei confronti dell’idea di ingaggiare attività omosessuale.

Nello studio successivo, i ricercatori hanno dapprima misurato i livelli di progesterone degli uomini target che sono poi stati divisi in 3 gruppi e sottoposti ad altrettanti cruciverba, caratterizzati dalla presenza di tipologie di parole differenti: uno con termini riguardanti l’amicizia, uno con termini sessuali e l’altro con termini neutri.
Gli uomini parti del gruppo addetto al cruciverba sull’amicizia e l’affiliazione ha mostrato il 26% in più di motivazione omoerotica rispetto a tutti gli altri. Quelli che, tra loro, avevano i maggiori livelli di progesterone, hanno in aggiunta mostrato il 41% in più di motivazione omoerotica rispetto agli uomini degli altri due gruppi.

La Fleishman aggiunge: “Gli umani sono parte del gruppo di animali che pratica il sesso per varie ragioni, non unicamente per riprodursi. Tali ragioni possono includere il piacere, una ricompensa, un modo di dire “Prenditi cura di me”, o uno per esprimere dominanza. Per quanto complesso il tema sia, è chiaro che sia presente una connessione tra affezione e sessualità. A questo si aggiunge il fatto che la sessualità è fluida, rendendo comune l’abilità di ingaggiare comportamenti sessuali con persone dello stesso sesso o dell’opposto”.
Tra gli umani, gran parte (se non la maggior parte) del comportamento omosessuale, avviene tra persone che non si identificano come omosessuali.”

Per quanto sia sempre valido il non prendere le cose per oro colato, bensì il cercare di comprenderle, analizzarle ed eventualmente integrarle in  un proprio – possibilmente logico, sensato e quanto più possibile privo di pregiudizi e preconcetti – pensiero, trovo opportuno non ignorare i risultati di ricerche questo tipo tipo.

Vale in conclusione la pena notare che la scienza, insomma, continua a portarci conferme di elementi quali la fluidità della sfera sessuale e affettiva degli esseri umani, e la sua assoluta naturalità, sia che si tratti dell’elemento volto alla procreazione, che alla socializzazione ed espressione fisico\affettiva dei legami con altri esseri umani, a prescindere dal loro genere.

Una vita, un mondo, in cui poter vedere noi stessi.

Tra le notizie che hanno colto la mia attenzione negli scorsi giorni, c’è quella riguardante la lettera di un giornalista – Luis Pabon – così intitolata: “Il motivo per cui non voglio più essere gay.” (che trovate per intero qui)

“Mi rendo conto che questa affermazione puzzi di cose quali il rifiuto, l’odio per se stessi e l’ omofobia interiorizzata, tutte associate all’accettazione e l’integrazione della propria omosessualità, ma la verità è semplicemente che non voglio essere più gay.”

Ciò che si evince, proseguendo la lettura, è che quanto il giornalista sta in realtà cercando di fare, è l’evidenziare la sua stanchezza nei confronti dello stile di vita che caratterizza la comunità gay (quella maschile nello specifico).

“Mi sono sforzato di adattare il mio codice morale ai comportamenti comuni che fanno parte di quello stile di vita, ma pare che quest’ultimo mi stia costringendo ad allontanarmi troppo da tutto ciò che amo e a cui do valore.”

E ancora…

“Per gli uomini gay sembra essere troppo difficile trascendere gli stereotipi e i cliché connessi alla loro vita, e questo sta diventando sempre più scoraggiante”

La lettera si conclude infine con queste parole, che esplicano in maniera molto chiara i sentimenti di Luis.

“Sono troppo giovane per provare nostalgia per i tempi andati, ma questa vita ti fa davvero mancare ciò che un tempo significava essere gay. Ti fa mancare i tempi in cui i ragazzi ti salutavano e ti offrivano da bere, e non le loro statistiche sessuali o la lunghezza del loro pene. La cortesia, come mediatore, è stata soppressa e sostituita da un demone immorale che accompagna, giorno dopo giorno, la tua distruzione. Non ne vale la pena, non più.
Per quanto riconosca la mia attrazione nei confronti degli uomini, scelgo di non associarmi più ad una vita estranea a moralità e bontà. La vita gay è come l’amore di un cattivo ragazzo di cui inizialmente brami l’amore e le attenzioni, per poi crescere e renderti conto che non faceva per te. Non è più qui, che vedo me stesso. Tutto qua.”

Quanto al perché ho trovato questa lettera interessante, è che sono sicura che Luis non è l’unico a sentirsi così, e credo che le sue parole mettano in evidenza la problematicità della cosiddetta community gay, che personalmente mi turba non poco, dacché la ho iniziato a conoscerla.

Per molti ragazzi (e ragazze) che scoprono di avere una predilezione per il proprio genere, è innegabile che sia comune finire col seguire lo stesso – o simile –  percorso.
Si è quasi sempre confusi, alla ricerca di risposte, conforto, vicinanza e comprensione.
Si finisce sui soliti siti, sulle solite chat, nei soliti locali. Dove google e le parole chiave ti portano.
C’è tutto un mini mondo, con regole più o meno sottointese, che si para dinanzi ad occhi e cuori immaturi e fragili, che troppo spesso sentono di non avere alcun altro rifugio se non quello.
Non è così differente dallo scappare dalla realtà, rintanandosi in una finzione.
Il fatto che la finzione sai socialmente condivisa da altri, non la rende più positiva o meno dannosa.
L’essere arrivati a questo è senza dubbio conseguenza degli sviluppi passati, quindi non me la sento di attaccare in modo spietato nessuno degli individui che nel corso della loro vita hanno messo piede – forse senza mai uscirne – nel “mondo gay”.
Ma non c’è nulla di buono e nulla di naturale nel crescere, fisicamente ed emotivamente, saltando da una chat room all’altra a domandare se il nostro interlocutore è attivo o passivo, o nel trascorrere serate alla mera ricerca di un partner sessuale.
Non è così che, spontaneamente, si intrecciano relazioni interpersonali.
Nessuno essere umano dovrebbe finire col sentire di non avere altra scelta al di fuori dello scambiarsi chiacchierate vuote, tristi e moralmente discutibili alla ricerca, inizialmente, soltanto di calore, conforto e persone “simili a sé”, e poi partner, e ancora partner, in un infinito circolo vizioso dal quale non tutti quelli che entrano riescono ad uscire.
Ben presto la fase iniziale diventa abitudine, e quel piccolo triste involucro frutto di storiche sofferenze, si trasforma nel proprio mondo.
Quelli che non vi entrano sono tanti, così come quelli che ne escono dopo aver appurato che non fa per loro (forse un po’ come è successo al buon Luis), ma quelli che mettono radici sono ancora troppi, e saranno sempre troppi finché saranno.

Sia chiaro, ed è importante, che ciò che sto mettendo in discussione non è la possibilità di fare conoscenze online,  di frequentare locali specifici di qualche tipo, o di vivere la vita sessuale che si preferisce, bensì questo mini mondo costituito in gran parte da tali elementi visti come unica realtà, unico possibile e giusto stile di vita che finisce col rappresentare e definire chi ne fa parte.
E’ un mondo che esprime perfettamente l’esatto contrario di libertà.
Un mondo che soffoca la libertà stessa tenendo al guinzaglio con apparenti sicurezze.
I giovani – e non – che ne fanno parte, magari sono anche convinti che sia un bene avere la possibilità di sentirsi sicuri in questi luoghi ristretti – in ogni senso – , eppure non stanno facendo altro altro che legarsi saldamente ad ancore arrugginite che, anche per colpa loro, rischiano di non sradicarsi mai e di condizionare per sempre, negativamente, la visione sociale della libertà di amare chiunque ci si trovi ad amare, naturalmente.

Ripeto che, il fatto che ora come ora la situazione sia ancora a questo livello, è dovuto al percorso storico culturale che si è seguito, e va quindi accettata come realtà. Ciò che vorrei evidenziare è la necessità, che personalmente percepisco, di cambiare le cose. Non per me o per Luis.
Ma per tutti, incluso il ragazzo che cambia 5 partner sessuali al giorno e non considera neppure uscire fuori da chat e locali per vivere se stesso e la sua vita affettiva e sessuale, e anche l’uomo che in un locale non ha mai messo piede e aspetta di incontrare per caso l’amore della sua vita. Per noi stessi, per i nostri figli, per chi non ha ancora mai provato interesse per qualcuno dello stesso sesso (e magari non lo farà mai, oppure sì), per chi è in crisi e si domanda se fare coming out o meno proprio adesso che sto scrivendo.

Riconosco che la creazione di un “mondo gay” si è rivelata importante (se non davvero necessaria!) nel corso del tempo e non è assolutamente caratterizzata unicamente da elementi di bassa moralità e stili di vita che possono far storcere il naso. Ma ora come ora, penso sia tempo di iniziare a muovere i primi veri passi oltre quei confini, prima che si contribuisca ulteriormente a rafforzare limiti e discriminazioni.

Un mondo per tutti, in cui tutti si sentano liberi di amare e vivere la propria verità – qualsiasi essa sia – con naturalezza e spontaneità, senza abbassarsi a regole e cavilli autoimposti (ma che ci vengono presentati come la nostra unica possibilità), senza chiudersi in surrogati di mondi tinti da sfavillanti e falsi colori, non si creerà da solo.
E il fatto che possa essere lontano, non significa che sia una missione impossibile.
Certo, arrendersi a priori è comodo per tutti, così come lo è sperare che sia qualcun altro a fare le cose per noi.
Ma più dignitoso e nobile sarebbe l’iniziare a cambiare le cose. Ognuno di noi. Passo dopo passo, parola dopo parola.
Quel che io credo, è che sia necessario distruggere la sensazione di necessarietà di qualcosa come la “community gay” – che per quanto possa piacere pensare sia un aiuto, è, io trovo, in realtà dannosa e degradante –  e andare incontro ad una vera e reale libertà d’essere, per TUTTI. :)

Se dovesse capitarvi di leggere, fatemi sapere qual’è la vostra personale visione di ciò che viene definito “mondo gay” e “stile di vita gay”.  Non mi spiacerebbe affatto leggere opinioni, esperienze, speranze e quant’altro provenire da punti di vista diversi!

 

In questo secondo post, lasciate che faccia un certo coming out, importante per porre le basi del mio pensiero, che si rifletterà poi in qualsiasi altra cosa che andrò a scrivere.
Ebbene, io sono tra le persone che non sostengono l’utilizzo delle etichette per definire aspetti della sfera affettiva e\o sessuale degli individui. Non soltanto non lo sostengo, sono anche convinta che sia dannoso ed intacchi direttamente – in modo negativo – la reale libertà dei singoli in entrambe le suddette sfere e che lo faccia in modo spesso lento, subdolo e poco consapevole.
Spererei non ci fosse bisogno di specificarlo, ma temo ce ne sia, quindi specifico:
La mia posizione non è in alcun modo influenzata da personali remore nei confronti dell’utilizzo dei termini specifici sulla mia persona. Non ne ho alcuna e non mi turba e sapere di essere etichettata in qualche modo o esservi chiamata in modo diretto.
Ciò però non mi impedisce di trovarlo sciocco e inutile.
Ma sto divagando, quindi torniamo al punto.
La ragione principale per cui sostengo l’inutilità del definire gli individui sulla base dei loro cosiddetti orientamenti
è il considerare – come molti altri, so – gli esseri umani come creature in grado di poter provare interesse\attrazione di qualsiasi natura nei confronti di altri individui, a prescindere dal loro genere d’appartenenza.
E nononono! No! Non significa che sono per il «siamo tutti bisessuali» (e neppure pansessuali o qualche altro termine che ci si inventerà domani o l’anno prossimo).
Sono per il «è tutto di base presente nella nostra natura, ergo il solo utilizzo del termine essere umano dovrebbe implicare tutte le possibilità».
Ma anche qui penso ci sia bisogno di approfondire.
Poiché siamo tutti sottoposti a continue ed intense influenze che ci spingono in direzioni ben precise e a formare un tipo di pensiero e gruppo di valori e morale – anche spirituale – ben preciso, penso sia, ora come ora, difficilissimo riportare noi, gli esseri umani, alla reale naturalità di ciò che siamo, ma sono altresì certa che se vi fosse la possibilità di educare ad essere…umani e non a diventare ciò che le società si aspettano e in alcuni casi pretendono da noi (Mi spiace. So che può essere frustrante da ammettere, specie per i più indipendenti a livello cognitivo, ma è ciò che subiamo tutti sin dalla nascita…), il discorso che sto facendo sarebbe più facile da abbracciare.
Ora, sulla base della frequenza con cui le persone da cui ci troviamo attratti o a cui finiamo di interessarci risultano essere di un genere piuttosto che di un altro, sarebbe con facilità possibile stabilire una preferenza – più o meno forte – per ognuno di noi.
Ma nel momento in cui prendiamo la decisione (o la prendono altri) di darci un’etichetta, basata su quella preferenza, alcune logiche e naturali conseguenze possono prendere vita.
Magari vi suonerà familiare, oppure avete vissuto qualcosa di simile voi stessi, ma…vi è mai capitato di sentire un ragazzo che attualmente si identifica come omosessuale, cercare di giustificare in ogni modo il fatto di essersi preso una cotta per una ragazza anni prima di scendere a patti col proprio orientamenti?
Sentirlo dirsi, e dire agli altri, che di sicuro è successo perché ancora non si sentiva pronto, che magari era confuso, o addirittura che forse ricorda male ciò che provava. Sentire, insomma, la necessità di dare un significato diverso a qualcosa, in quanto si tratta di un elemento che entra in conflitto con l’identità che il ragazzo ha scelto di «vestire» tramite l’etichetta. Non importa se ciò significa rinnegare qualcosa che tempo addietro sapevamo essere vero. Col senno di poi non ci vuole molto a modellare i ricordi adattandoli al modo in cui vogliamo leggerli. In ogni caso, questo ragazzo potrebbe inoltre in futuro, per la stessa ragione, finire col rigettare a priori, persino inconsciamente, una possibile attrazione per qualcuno del sesso opposto, giustificandola in qualche modo e focalizzandosi su ciò che la sua etichetta, abbracciata magari dopo anni di sacrifici e non accettazione di sé, significa per la sua identità.
Ovviamente, qualcosa di assai simile può avvenire per una persona che è sempre (dacché ha memoria al presente) stata attratta ed interessata dal sesso opposto. Si tratta di casi diversi dal primo soprattutto in quanto non si è dovuto attraversare alcun periodo di accettazione, e i più tra coloro che si sono sempre trovati attratti dal sesso opposto non sentono alcun bisogno di definire questo loro essere con un termine, in quanto sanno e sentono (come ci viene insegnato) di essere la norma, o meglio, non si sono mai sentiti parte parte di ciò che non è la norma. Eppure ci sono casi in cui, a maggior ragione, il sentirsi a qualche livello attratti da qualcuno dello stesso sesso può rappresentare un momento estremamente critico e che mette in bilico quel senso di sicurezza e tranquillità che la norma racchiude. Inutile dire che non tutti sono pronti ad abbracciare un’esperienza simile, ed è invece molto più facile percepire la cosa come strana e, anche qui, giustificarla come un caso, un’impressione, una fase, un qualsiasi cosa…oppure evitare del tutto di porvi attenzione, ignorando e andando avanti. Ancor più comune, forse, è il non essere neppure in grado di inquadrare la cosa nei termini dell’attrazione perché la nostra mente non la concepisce come una possibilità.
Probabile che questo non è il modo in cui molti (…?) di voi, noi, vivono se stessi e la propria libertà d’amare, ma sono convinta che fino a quando ci sarà anche un solo caso come questi al mondo – e non penso serva che dica che non ce n’è solo uno – ci sarà bisogno di fare qualcosa e cambiare le cose riguardo alla percezione che abbiamo dell’amore, della sessualità, delle relazioni, della libertà, di noi stessi e degli altri.
In sintesi (?), con il definirsi in uno specifico modo che rappresenti date preferenze, c’è un alto rischio di convogliare se stessi all’interno di un limiti in realtà auto-imposti e che non è naturale per nessuno di noi avere.
Il «gioco» della mente non va mai sottovalutato. (sia chiaro che con ciò non intendo dire che è tutta una questione mentale, ci mancherebbe, bensì soltanto che la mente può avere – e sempre ha – un ruolo).
Ogni qual volta pensiamo o parliamo definendoci in un qualche specifico modo (si tratta di un qualcosa che vale anche per tantissimi altri aspetti), noi rafforziamo la nostra identificazione all’interno delle mura di quei termini. Ciò renderà inevitabilmente più difficile, per tanti di noi (voglio sempre lasciare un margine per i più forti e indipendenti intellettualmente ed emotivamente, sperando siano in tanti), recepire concretamente gli stimoli che contraddicono il «setting» di noi stessi che abbiamo memorizzato e coltivato, alle volte con grandi difficoltà (nei casi di persone con preferenze omosessuali).
Detto questo, tenendo conto dello sviluppo storico e culturale a cui gli esseri umani han partecipato da un lato, e che hanno subito dall’altro, per quanto possa suonare paradossale, trovo che sia stato per il meglio che negli scorsi anni e fin d’ora in tanti si siano mossi portando avanti le bandiere quali quella LGBT, etichette incluse, poiché credo abbia potuto svolgere un ruolo positivo nei termini dello svegliare tantissimi dal sopore mentale ed emotivo in cui i più, inevitabilmente – sempre per lo più per ragioni storico\culturali – si trovavano.
Ma che un qualcosa – qualsiasi cosa esso sia – sia stato positivo per un determinato periodo temporale, non significa affatto che rappresenti la giustizia e debba restare così, al di fuori di ogni margine di cambiamento e sviluppo.
Questo è qualcosa che credo necessiti di evolvere fino ad arrivare ad abbracciare il reale potenziale e la reale libertà umana, quantomeno in questi ambiti così di rilievo per l’espressione e l’individualità dei singoli.
Avrei tantissime altre cose da dire, ma farlo adesso renderebbe il post forse troppo pesante e confusionario, quindi, nella speranza di aver lasciato passare anche solo un minimo il mio pensiero, per ora mi fermo qui e vi rimando al prossimo post!

E alla fine l’ho aperto, un blog.
Non che sia la prima volta che ne apro uno, ma questo qui in particolare era da tempo che pensavo di aprirlo.
Non vi aspettate che abbia chissà cosa di interessante da dire però, eh!
Penso poi che il titolo sia già abbastanza esplicativo riguardo la tipologia di temi che vorrei trattare, e di sicuro di di blog e siti con tematiche simili ce ne sono già a bizzeffe, quindi sarà tutto da vedere, se questo potrà aggiungere qualcosa o meno.
Come qualcuno di voi già saprà, il termine «Queer» era originariamente utilizzato per descrivere qualcosa di inusuale, eccentrico, al di fuori di ciò che è considerato nella norma.
Dopo essere passato ad un utilizzo di tipo dispregiativo per riferirsi all’omosessualità, ha in anni più recenti perso l’accezione denigratoria e viene ora usato per racchiudere – anche – tutte le cosiddette minoranze sessuali, non discostandosi poi molto dal significato originario, se teniamo conto che ciò che chiamiamo minoranze sessuali è percepito come fuori dalla norma.
Questo essere fuori dalla norma è spesso ritenuto un aspetto negativo, non auspicabile, in quanto molti erroneamente confondono il concetto di normalità con quello di giustizia, con la conseguenza che non di rado si tende a pensare che qualcosa di non normale sia sbagliato.
Quello che la normalità in realtà indica, non è altro che ciò che – in un dato mondo, contesto, o qualsiasi altra cosa – risulta essere tipico, comune.
Se in un gruppo di dieci persone fossi l’unica mancina, non sarei nella norma.
Potrei essere definibile anormale e non sarebbe scorretto. Eppure quanto orribile suona quel termine…?
Molto più di quanto dovrebbe, essendoci nulla di realmente orribile in esso.
Tutti i sentimenti negativi accumulati in quel termine, li abbiamo generati e cresciuti noi, con tempo e pazienza, senza neppure accorgercene.
Ma sono sicura che ulteriore tempo e pazienza sono tutto ciò che serve per cambiare le cose nuovamente, in positivo stavolta.
Ed ecco che sto già divagando. Scusate.
Essendo il primo post, vorrei soltanto introdurre brevemente il blog e ciò che vorrei racchiudesse da qui in avanti, quindi meglio evitare di perdermi in chiacchiere!
Principalmente vorrei concentrarmi sia nel postare e commentare informazioni e quant’altro legate al mondo Queer e a tutto ciò che lo circonda, e sia, di tanto in tanto, al condividere il mio personale pensiero e, perché no?, le mie teorie al riguardo.
Ora chiudo qui altrimenti rischio di perdermi di nuovo.
Non nutro grandi speranze sul fatto che questo primo post
finirà sotto gli occhi di molti lettori, ma non si sa mai :P
Detto questo…ci si rivede al secondo post!
Non conto di scrivere e postare con regolarità, ma spero di riuscire a mantenere in vita il blog, quindi…
Stay tuned on the FreQueercy!